8° EDIZIONE FESTIVAL DEL GIORNALISMO CULTURALE

SCIENZA, CULTURA
Passato, presente.
Lentezza, velocità.

Ottobre 2020


2020-06-25 0

GIORNALISTI, FILOSOFI, TEOLOGI, SCRITTORI E SCIENZIATI AL FESTIVAL DEL GIORNALISMO CULTURALE

C’è un tema ineludibile per chiunque, oggi, voglia confrontarsi con il problema del rapporto tra scienza e cultura o, per meglio dire, tra cultura scientifica e cultura umanistica: l’uomo è capace di dominare il prodotto della scienza e della tecnica, o non rischia di esserne dominato? Questo il problema di fondo, e lo scenario in cui si va a collocare il lavoro del giornalismo culturale quando si confronta con i temi scientifici. Una sfida che richiede un difficile equilibrio, una preparazione e una consapevolezza all’altezza dei tempi.

Oggi comunichiamo definitivamente le date, i luoghi, i temi e i relatori delle lectio magistralis della 8a edizione del Festival del giornalismo culturale di Urbino.
Apertura nella splendida cornice del Salone del trono di Palazzo Ducale con la lectio magistralis di Marco Malvaldi (affermato scrittore italiano), che tratterà il tema Passato, Presente.
Come ogni anno all’apertura del Festival verranno presentati i risultati della ricerca nazionale dell’Osservatorio News-Italia, laboratorio dell’Istituto per la Formazione al Giornalismo che monitora da dieci anni il comportamento degli italiani rispetto all’informazione culturale. Il focus di quest’anno sarà su “informazione culturale e scienza” con un approfondimento su come gli italiani hanno ricevuto e percepito l’informazione del Covid. Fra gli item indagati dall’Osservatorio ci sono il rapporto fra scienza e letteratura e scienza e fede.

E proprio il rapporto tra scienza e fede sarà il tema della lectio magistralis, nel pomeriggio del 10 Ottobre presso il Monastero di Fonte Avellana, tenuta da Vito Mancuso (teologo, filosofo e scrittore italiano, è stato docente di Teologia a Milano e a Padova).
Guido Tonelli (fisico e divulgatore scientifico, nonché docente e scrittore italiano) terrà invece la terza lectio del festival nella mattina dell’11 ottobre e ci racconterà il rapporto tra lentezza e velocità, visto da chi, come lui, è stato uno dei protagonisti nella scoperta del bosone di Higgs.

Ci auguriamo che la pandemia ci permetterà di avere ospiti in presenza,
-ottimisticamente vogliamo credere che sarà così- e per chi non potrà raggiungerci c’è la possibilità di seguirci in streaming, grazie alla collaborazione con Francesco Pingitore di Video Trends.



2019-10-11 0

📚Cos’è successo durante la 7° edizione del Festival del giornalismo culturale? Quali sono stati gli ospiti? Di cosa si è discusso?

Rivivete tutte e sei le giornate del #fgcult19 sfogliando i Momenti (raccolte del live-twitting per giornate) e guardando le pillole video.

14 SETTEMBRE 2019
Live-twitting: https://twitter.com/i/moments/1173934639649579008



2019-10-06 0

Il racconto di D’Orazio e la mostra per i 500 anni

URBINO – Immaginate un maestro che viene superato dal suo allievo, ma non per modo di dire. Pensate all’artista che, verso la fine del Quattrocento, era tra tutti il più richiesto da parte dei ricchi committenti e figuratevelo mentre scopre che è proprio il suo allievo a essere diventato il vero maestro. In questi termini lo storico dell’arte Costantino D’Orazio parla del rapporto tra Perugino e Raffaello. “Il giovane pittore urbinate imparò le tecniche nella bottega del padre e subito dopo guardò all’opera di Perugino. Ma ci volle ben poco per distaccarsene e superarlo – spiega – E così Perugino scriveva a quelli che erano stati i suoi committenti chiedendo perché non gli chiedevano più opere”.

L’ultima giornata del Festival del Giornalismo Culturale, nel Salone del Trono di Palazzo Ducale, ha regalato al pubblico la possibilità di visitare la mostra, organizzata per i 500 anni dalla morte del “divin pittore” e inaugurata il 3 ottobre, dal titolo “Raffaello e gli amici di Urbino”Un’occasione per ripensare alla carriera dell’artista che fece del superamento dei modelli e dell’innovazione il suo punto di forza.

“Urbino dovrebbe quasi cambiare il suo nome e diventare per tutti ‘la città di Raffaello’ – afferma orgoglioso Peter Aufreiter, il direttore uscente della Galleria Nazionale delle Marche – alcune città straniere lo fanno quando vogliono elogiare un ‘figlio importante’. Cambiano nome in suo onore. Noi non possiamo, ma vorremmo..”.

Lo storico d’arte Costantino D’Orazio, autore del saggio Raffaello Segreto, spiega da subito il motivo del relativo insuccesso del pittore urbinate: “Raffaello è un maestro grandissimo ma oggi non gode dello stesso successo commerciale di un Caravaggio, di un Leonardo o di Michelangelo”. Se si considera il numero di visitatori che vanno alle mostre, Raffaello si trova al quarto posto della classifica “perché noi oggi siamo abituati a prestare più attenzione alle iniziative culturali che abbiano una comunicazione molto sintetica, puntuale e fortemente emotiva mentre Raffaello è un artista molto narrativo, non è iconico né icastico”.

Di lui non viene quasi mai raccontata la morte, come fa notare D’Orazio. Gli studiosi credono che sia avvenuta dopo aver passato due o tre giorni d’amore con una donna che gli attaccò una malattia venerea mortale. Giorgio Vasari, storico d’arte del cinquecento, lo raccontò alla fine della biografia di Raffaello sottolineando che papa Leone X aveva promesso al pittore la nomina di cardinale. “Parlare di un uomo che stava per essere cardinale ma che ha preferito morire d’amore potrebbe funzionare – sostiene D’Orazio, provocando il pubblico – Giulia de Lellis farebbe subito una storia su Instagram e renderebbe Raffaello l’idolo di tutte le ragazze”. Secondo lo storico d’arte, il pittore dovrebbe essere raccontato anche così, senza però tradire la verità storica.

“Raffaello è l’uomo che sfida i grandi maestri senza paura” dice D’Orazio e proietta sullo schermo alcune opere per spiegare, in poco tempo, qualcosa che avrebbe bisogno di un’infinità di ora perché si parla di un pittore che “vive un cambio di generazione nella storia dell’arte e al tempo stesso lo rappresenta”. Segnala, nelle immagini proiettate nel salone del Trono, le influenze che ebbe l’opera di Perugino e quella successiva di Caravaggio e Michelangelo. Presenta al pubblico due quadri (la Crocifissione e la Trasfigurazione), una del 1503 e l’altra del 1520, per rendere visibile il percorso della carriera di Raffaello.”Sembrano quadri fatti da due persone diverse”, commenta.

Un artista che non teme il cambiamento, appunto. Secondo il critico d’arte, lo si può affermare anche partendo dal confronto tra Lo sposalizio della Vergine di Perugino e quello dell’urbinate. “Raffaello fa delle scelte che sono più moderne rispetto al maestro che era al tempo il primo artista italiano. Raffaello osa”, spiega D’Orazio. Per illustrare questo coraggio mostra le due composizioni: il sacerdote disegnato da Perugino è simmetrico rispetto all’asse mentre nell’opera di Raffaello il gesto del sacerdote innesca un moto più circolare nel gruppo alla sinistra dell’osservatore.

L’artista sarà premiato per questo coraggio. “Quando nel 1508 arriva senza avere quasi alcun contatto della città, Raffaello trova tanti altri artisti che lavorano nelle stesse stanze vaticane – racconta D’Orazio – Subito mette alla prova la sua abilità perché aveva prodotto tante tele ma pochissimi affreschi e dimostra di saper gestire un corpo architettonico e la costruzione nello spazio”. Così il cantiere viene affidato a proprio al più giovane e al meno conosciuto perché tra tutti era il più capace nel percepire la novità. “Senza questa tensione verso il futuro non ci sarebbe stato il rinascimento, motore anche della costruzione del palazzo dove ci troviamo ora”, commenta.

O quelle che spiegano la composizione di un quadro: “Chi guarda un dipinto, come chi legge, lo fa partendo da sinistra in alto e in questa opera lo sguardo tra la madonna e il bambino unito al movimento delle braccia creano un cerchio, che si regge perfettamente su mille giochi geometrici. Quello di Genga invece non regge, pende a sinistra”. Le 19 opere di Raffaello, nella mostra – visitabile fino al 20 gennaio 2020 – per celebrare i suoi 500 anni, sono poste affianco a quelle dei suoi colleghi e concittadini Timoteo Viti e Gerolamo Genga (per un totale di 85 opere) e questa scelta rende ancora più immediato il talento indiscusso del maestro.



2019-10-06 0

I direttori: “Grande soddisfazione. Prossimo anno la Scienza”

URBINO – Si è conclusa in una sala del trono affollata per ascoltare la narrazione dello scrittore Paolo Di Paolo, la lezione di Costantino d’Orazio sulla storia e le opere di Raffaello, e con una lunga fila alla mostra dedicata al pittore urbinate, la settima edizione del Festival del giornalismo culturale. Un “festival itinerante”, che quest’anno aveva come filo conduttore proprio il viaggio, analizzato attraverso incontri e dibattiti sulla narrazione giornalistica, letteratura, cinema e arte.  “È l’epilogo di una edizione densissima, con incontri di grande qualità, per certi versi superiore a quella degli scorsi anni – ha commentato Giorgio Zanchini, direttore del Festival assieme a Lella Mazzoli – un filo rosso che ha unito le varie tappe con un percorso connesso e coerente”.

“Come sempre ribadiamo il valore della cultura e speriamo che anche gli italiani ma soprattutto i politici credano che sia uno strumento straordinario per comprendere il mondo e tutto ciò che viene narrato senza la cultura, e in particolare la cultura classica, non possa essere fatto correttamente – ha aggiunto Lella Mazzoli – quindi questo percorso è stato particolarmente ricco non solo perché lungo, ma per le tante voci che abbiamo ospitato”.

E un’anticipazione sul tema dal prossimo anno: “Vorremmo lavorare sul rapporto tra cultura e scienza, nelle pagine culturali e sui vari media” conclude Zanchini



2018-11-20 0

La seconda giornata del Festival del giornalismo culturale si apre con la lectio magistralis dello storico Emilio Gentile, tutta imperniata sull’importanza dell’immagine nella narrazione storica: le cartoline stampate dal regime fascista nel periodo della guerra in Etiopia e le monete coniate per celebrare la marcia su Roma, in cui il simbolo del partito fascista imprigionava tra i due fasci la nazione, sono alcuni degli esempi proposti per sostenere una tesi di fondo: l’apparato figurativo ha un’importanza cruciale in una divulgazione storica che deve obbligatoriamente divergere dalla narrazione romanzesca, bisogna raccontare oggi quello che vedevano allora. Gentile è chiaro sotto questo aspetto: è difficile, se non impossibile, approdare ad un’espressione rigorosa e al tempo stesso capace di intrattenere, non esiste una terza via tra l’approccio accademico e quello divulgativo per raccontare la Storia. Del resto gli stessi Tucidide ed Erodoto non verrebbero propriamente considerati storici: ripropongono discorsi mai pronunciati, introducono una componente fittizia nel loro racconto, in questo senso un abisso li divide dagli storici moderni: se il problema di questi ultimi è quello di selezionare tra le tante fonti, quello dello storico antico consiste nella necessità di sopperire alla carenza di fonti con l’uso della fantasia e dell’ingegno. Ecco perché c’è sempre un discrimine tra fiction e non fiction: la prima permette di immaginare e costruire una serie di scene teatrali che esaltino quelle che sono le caratteristiche peculiari dei personaggi.

Mariangela Galatea Vaglio apre il secondo incontro (intitolato “I tanti modi di raccontare la Storia”) toccando la questione dell’empatia, definita dalla scrittrice come un falso problema: non è pensabile trasmettere una qualsiasi forma di conoscenza se non coinvolgendo l’interlocutore; è una regola basilare della didattica: anche lo storico più freddo non può che scaldare il lettore, possiamo assimilare informazioni solo se sollecitati nel nostro immaginario. In questo senso lo scopo di una qualsiasi divulgazione non è quello di far apprendere mnemonicamente degli avvenimenti ma permettere che l’uditorio li faccia propri e li interiorizzi. Lo scrittore Carlo Greppi, l’altro protagonista del panel, cita Piotr Cywinski (Non c’è una fine, Bollati Boringhieri) e insiste sulla necessità di mantenere un equilibrio tra testa e cuore, proponendo l’esempio di Birkenau: il filo spinato che troviamo attualmente nel campo non è originale, lasciare il campo all’inesorabile azione del tempo significherebbe osservare un luogo incolto e per l’osservatore incomprensibile, privo di valore storico. Da un lato la Storia — prosegue Greppi citando Croce — parla solo ed esclusivamente di sé e del suo tempo, coglie gli aspetti più vicini e familiari perché ne ritrova l’eco nella contemporaneità, ma dall’altro parlare di fatti antichi ci permette di cogliere un filo rosso, una serie di problemi che si ripropongono nel corso dei secoli: la Bisanzio raccontata da Galatea Vaglio è una metropoli moderna, vive i problemi legati alla gestione degli immigrati e di un Impero che deve mantenere un assetto unitario ma non può non accogliere le richieste di indipendenza. L’obiettivo, tuttavia, è quello di evitare un vizio proprio del giornalismo culturale contemporaneo, ovvero l’interpretazione dei fatti dell’oggi attraverso l’evocazione del passato: c’è un forte rischio di strumentalizzazione, ma la storia recente (leggi: storia del Ventennio) rimane un filtro importante con cui guardare alla contemporaneità. Una parentesi viene dedicata anche al rapporto tra Storia e nuovi media: l’abilità dello storico calato nel proprio tempo è la capacità di rifarsi all’ambiente che lo circonda e tenere in considerazione gli altri media. Oggi il modo di raccontare la Storia è sempre più influenzato dalla sua frequente presenza in televisione: nonostante la necessità di uno storico di farsi capire prescinda dalla divulgazione, nei media bisogna focalizzarsi su ciò che è più importante dire e capire cosa si voglia comunicare. Trovare il modo di esprimere un concetto lo rende più chiaro: anche in questo senso la presenza della Storia in tv è un fatto positivo.

Alessandro Laloni
Sistema Critico



2018-11-20 0

Parola d’ordine: innovazione. Questo l’appello gridato dal palco pesarese del Teatro Rossini nella giornata dedicata all’Arte, al Cinema e alla Musica. Per parlare di queste tematiche non poteva esserci luogo migliore di quello inaugurato dal Cigno di Pesaro in persona, esattamente 200 anni fa, e nel 150esimo anniversario della scomparsa. Uno scrigno di tale importanza non poteva non vedere alternarsi sul palcoscenico personalità di grande spicco, tutte unite dalla stessa richiesta: c’è bisogno di innovazione.

Quanti di voi leggono recensioni cinematografiche sui giornali o in siti specializzati? Quanti di voi decidono di visitare una mostra solo dopo essere venuti a conoscenza del giudizio di critici e storici dell’arte? Quanti leggono recensioni musicali? Come ha detto ironizzando Emiliano Morreale, critico cinematografico, “i miei lettori penso di conoscerli uno ad uno”. A chi chiedere un giudizio dunque? Meglio l’esperto, inteso sempre più come rappresentate di una ristretta cerchia di specialisti, o la persona comune che, tramite i social, riesce a trasmettere in modo più chiaro e diretto un giudizio? Il mondo del web ha portato un numero sempre maggiore di gente a pensare che tutti possano dare un giudizio su ogni argomento, pur non avendo a disposizione né i mezzi né le conoscenze adattate a farlo. Il mondo dei critici e degli esperti è sentito sempre più come ristretto e lontano dalle persone comuni. Quale futuro spetta dunque a queste professioni?

Giuliano Volpe, archeologo e docente universitario, scrive nel suo ultimo volume Un patrimonio italiano. Beni culturali, paesaggio e cittadini, a proposito dei totem e  delledidascalie presenti nei vari musei, che nella maggioranza dei casi le informazione lì contenute respingono il visitatore. L’esempio da lui riportato è chiarissimo. Volpe ricorda che sono ancora diffusissime didascalie come fistula plumbea per indicare i tubi in piombo utilizzati in epoca antica. Un tale nome, afferma il docente universitario, farebbe immediatamente pensare a un qualche tipo di malattia, magari contagiosa, per cui il visitatore scappa impaurito. Vi è come la sensazione di un ambiente elitario che volutamente esclude i non specialisti, diffondendo l’idea di un museo-templio riservato a pochi e noiosi eletti. Vi sono naturalmente, e sono sempre di più per fortuna, realtà museali che si distinguono per il loro rapporto con i cittadini e col territorio, capaci di far circolare e, soprattutto, di fare Cultura.

Chi ha saputo avvicinare il mondo dell’arte con a pubblico sempre più ampio è sicuramente Vittorio Sgarbi, divenuto nel giro di poco tempo un “guru” artistico seguito da milioni di persone sui social e non solo. Attratti probabilmente più dal personaggio che dal mondo dell’arte, i suoi “seguaci” sono raggiunti quasi quotidianamente da nozioni su artisti e opere che arricchiscono la loro conoscenza in questo campo. Grazie al suo “essere Sgarbi” lo storico dell’arte riesce a far visitare mostre, musei e borghi tramite la curiosità suscitata nel suo pubblico, generando non solo cultura ma anche economia culturale. Più volte durante la sua carriera è riuscito a dare lustro a centri minori, sconosciuti purtroppo ai più, ma di fondamentale importanza storico-artistica.

Il culmine della giornate è stata con il confronto tra Alessio Bertallot, Ludovico Bramanti, Simone Lenzi, il famosissimo musicologo e critico musicale Quirino Principe e il giovane rapper Albert. È stato un illuminante scambio di idee di pensieri, tra innovazione e tradizione, davanti a una platea estasiata e incantata dalle parole di Principe sulla musica e sulla sua storia.

“Vecchio” e nuovo dialogano molto di più di quel che si pensa. Non è infatti possibile una rottura netta con la tradizione: negarla vuol dire averla compresa ed assorbita. Indispensabile è però l’innovazione, l’aggiornare i mezzi, i modi e  lo stare al passo coi tempi. Bisogna dunque abbandonare quell’idea di cultura elitaria su cui fin troppo si è discusso rendendo ancora più esclusivo l’argomento. Rendere ristretta la conoscenza non fa altro che annullarla e relegarla nell’oblio.

Danilo Sanchini
Sistema Critico



2018-11-20 0

La nuova grammatica degli strumenti, del linguaggio, delle forme e contenuti della trasmissione della conoscenza è stata la parola dominante del discorso della seconda giornata del Festival del giornalismo culturale.  Il teatro della fortuna di Fano è diventato un non-luogo in cui dialoghi, narrazioni e interventi hanno dato forma a un locus di dibattito sul tema de “Il linguaggio dei media sui libri”. È veramente possibile che attualmente le recensioni sui libri “non spostano più niente” eppure ancora si “muovono nello spazio dei lettori?”  Recensire racchiude le parole di “censire” e “censurare”, come suggerito dell’editore Marco Vigevani, e proprio entrambi i verbi rientrano in una tradizione di recensione tradizionale che fino agli anni ’80 ha conservato figure di critici autorizzati a cui i grandi giornali riservavano un loro spazio costante e riconoscevano un loro status, per essere poi riferimento di penna dei lettori: alcuni li chiamavano auctoritas. L’autorevolezza dei critici letterari raggiunge l’apice per tutti gli anni ’90, quando Alessandro Baricco (scrittore) e Pietro Citati (studioso) consigliano alle grandi testate recensioni che dovevano orientare il lettore, lasciandogli, però, anche il suo istinto, che poteva  nascere solo da una descrizione di un libro tale da risvegliare un sentimento, quando ancora si ritagliavano parti di critiche letterarie per renderle nella copertina del libro. Recensione o mercato come elemento vivificatore del libro? Ci si chiede quanto il mercato letterario possa indirizzare il lettore o disperdere il suo reale interesse, ci si risponde che il lettore necessita di essere guidato ed è possibile ragionando su quello che veramente egli richiede prescindendo per un attimo dal pretesto commerciale: un orientamento alla lettura. Di conseguenza, per riportare lo scopo della recensione alle origini, si chiede di creare una comunità di lettori, un’aggregazione senza perdere la professionalità, senza troppi stimoli e suggerimenti esterni, possibile scrivendo meno critiche letterarie e selezionandole ulteriormente, oppure, riferendosi al grande strumento della radio. La radio, considerata come “luce per la durata di vita del libro”, tale da essere un nuovo investimento che sta sorpassando la carta stampata e mantiene una rigorosa professionalità che supera anche le ricerche, non mirate, sul web. Così, la radio dà delle possibilità che la carta stampata difficilmente riprende, come parlare con autori e trasmettere quello che la recensione non trasmette più:

“L’entusiasmo, la passione, l’inatteso, cosa ci ha commosso o ricordato un altro libro,” ripensando così al ruolo della recensione al di là del censire e della censura, come modo di parlare di qualcosa che ci sta emozionando, interessando e riflettere questo momento di attenzione verso il libro.

E’ possibile dare professionalità a ogni parte della nuova crossmedialità diffusa? Quindi mantenere in contemporaneo recensioni di carta stampata, radio e web senza distinguerle per qualità e autorevolezza? La conoscenza e l’informazione sono in un continuo flusso all’interno dei molteplici mezzi, come suggerisce il giornalista Fabio Cappelli, a cui appunto corrispondono forme mutevoli e richieste inaspettate. Allora ritorna il discorso della nuova grammatica degli strumenti e dei contenuti e, riguardo a questi ultimi, emerge la pericolosa tendenza che si è diffusa di “spettacolarizzare” il libro, al di là dello spettacolo che contiene già all’interno. Aggiungere dettagli sull’autore, costruire grandi architetture su un libro che ha già un sua struttura e una sua personalità, come per arricchirlo alla vista di una maggiore curiosità del lettore. Continuando a conservare la radicale convinzione che l’autore è solo un’ombra e, affermando invece, il suo grande collegamento con il suo figlio libro. Perciò, si chiede di riportare la vita propria al libro, possibile individuando le autorità che possono presentarlo e le opinioni, non costruzioni intorno che fanno disperdere lo scopo iniziale: conoscere il cuore del libro. A tali affermazioni, però, potrebbe intervenire la provocazione di alcuni social media che invece tentano di riportare lo scopo del “raccontare e trasmettere un libro” alle sue origini, entrando in linea con la nuova grammatica degli strumenti e contenuti e creando un legame tra l’oltremondo digitale e la tradizionale recensione. Infatti, lo youtuber Matteo Fumagalli, interviene nel dibattito sulla recensione proponendo una nuova narrazione dei libri che possa mantenere la professionalità, l’autenticità del libro e aggiunga l’innovazione di attirare un millenial senza che sia totalmente consapevole del suo interesse al primo sguardo, per poi rendersene conto andando a ricercare proprio lui, il libro, l’oggetto con una sua personalità.

Chissà se la nuova grammatica degli strumenti, del linguaggio e dei contenuti possa combaciare con le reali esigenze del lettore dinanzi a una critica letteraria di nuove caratteristiche socio-antropologiche. Senza dimenticare, però, ciò che sopravvive al di là della generazione in mutamento: la grammatica delle emozioni che qualsiasi libro non può prescindere e neanche chi lo racconta, ancora.

Francesca Vannini
Sistema Critico



2018-10-28 0

“Ho conosciuto il male assoluto per la sola colpa di essere nata”, ha esordito così Liliana Segre davanti ad una sala gremita di gente, nel Palazzo Gradari di Pesaro.

Intervistata da Giorgio Zanchini la senatrice a vita ha parlato della sua esperienza nei campi di bambina ebrea deportata, di cosa succederà quando anche gli ultimi testimoni della Shoah non ci saranno più, della violenza che dilaga nella società.

Seduta con la schiena dritta, senza appoggiarsi alla sedia, ha raccontato della mattina in cui, al di là della recinzione che divideva il campo di Birkenau dal lager dove venivano portate intere famiglie di zingari, non aveva più visto nessuno, volavano soltanto degli stracci sollevati dal vento. Ha spiegato che è questo ciò che l’ha spinta a prendere posizione nel dibattito sul censimento di rom e sinti. Il fatto di averli visti morire nei campi di concentramento e l’aver dovuto denunciare anche lei la sua diversità nel tempo delle leggi razziali le hanno permesso di vedere in questa proposta del governo italiano un segno di violenza e discriminazione.

Liliana Segre ha parlato anche di scuola, l’unico luogo in cui la memoria della Shoah ha la speranza di non diventare una semplice riga all’interno di un libro di storia. Quella scuola in cui lei, a soli otto anni lasciò un banco vuoto, un segno che poteva dire tanto, che già allora poteva insegnare che siamo tutti uguali, ma che invece face emergere la totale indifferenza delle sue compagne nei confronti del suo destino e di quello di tutta la popolazione ebraica.

Alla fine del suo intervento la senatrice si è alzata e si è seduta in prima fila per lasciare il microfono al secondo grande ospite dell’ultima giornata del Festival: Pupi Avati. Il regista ha intrattenuto il pubblico raccontando alcuni aneddoti della sua vita, del suo rapporto con le donne e dei suoi film, saltando dai temi più seri a quelli più leggeri. Con la simpatia che lo contraddistingue ha raccontato della sua relazione con la moglie, del suo disperato desiderio di essere credente, dei suo più grande peccato, l’invidia, e della sua esperienza di scrittore che gli ha permesso di sentirsi più libero rispetto al cinema, dove la sua fantasia si deve piegare alla dittatura del denaro.

La mattina si è conclusa con un panel dedicato alle nuove narrazioni dei prodotti culturali. Sono intervenuti Lamberto Maffei, Antonio Pavolini, Massimo Bernardini, Gian Paolo Manzella, Elisabetta Stefanelli e Roberto Zichitella. È stato evidenziato il ruolo costitutivo della parola per l’essere umano in qualsiasi modo questa venga declinata, indipendentemente da ogni mezzo. Ed è proprio chi intorno alle parole ha costruito un mestiere, diffondendole e amplificandole che deve assumersi la responsabilità di non utilizzarle in modo violento, ma al contrario di dar loro una funzione pedagogica e arricchente.

Eleonora Numico



2018-10-27 0

Nel 1941 la pellicola in bianco e nero di Quarto Potere mostrò una scena di quattro minuti in cui, per la prima volta nella storia del cinema, non c’erano stacchi. La macchina da presa seguiva senza interruzioni i personaggi, rispettando il tempo del mondo reale. Orson Welles aveva introdotto il piano sequenza, un tecnica che viene usata ancora oggi, ma che grazie ai nuovi strumenti tecnologici ora è possibile realizzare artificialmente in fase di montaggio.

Questo è solo uno degli esempi utilizzati da Cristina Battocletti, giornalista della Domenica del Sole 24 Ore, per mostrare che il cinema, e chi scrive delle settima arte, si trasforma continuamente in relazione allo sviluppo degli strumenti tecnici e di comunicazione.

I nuovi media hanno modificato profondamente il modo di parlare di film, di recensirli e raccontarli. A discuterne sul palco del Teatro Rossini di Pesaro sono stati Pedro Armocida, Emiliano Morreale, Marco Ferrazzoli, Paola Mammini, Marco Melluso, Roberto Pisoni. La principale conseguenza è stata quella di una progressiva democratizzazione tra chi scrive recensioni: adesso tutti hanno gli strumenti per condividere e giudicare i film che vedono e si è andata via via appiattendo la differenza tra chi lo fa in modo amatoriale e chi per professione.

La proliferazione delle informazione a cui il web ha dato vita ha azzerato l’élite dei mediatori, come spiega Alessandro Baricco nel suo nuovo libro The game che in questi giorni di Festival è stato citato più volte.

 

Questa democratizzazione forzata imposta dalla rivoluzione digitale ha influito anche sulla musica, tema a cui è stato dedicato uno specifico momento di confronto. Sul palco erano presenti Ludovico Bramanti, Quirino Principe, Simone Lenzi, Alessio Bertallot e Albert, un giovane rapper che, alla fine della dibattito, si è esibito con tre brani scritti da lui.

Si produce più musica, non sempre di alta qualità, fino ad una saturazione del mercato, tutti posso accedere a basso prezzo agli strumenti di registrazione e produzione e i grandi contenitori digitali mettono a disposizione un catalogo immenso di canzoni.

Tutto questo, ha sostenuto il professor Quirino Principe, ha portato alla perdita dell’aura della musica, del motivo profondo per il quale noi ascoltiamo un brano, e cioè per sentire che il nostro essere viene accolto da quella determinata sequenza di note.

Eleonora Numico



2018-10-27 0

 

“All’università mi hanno insegnato che la storia antica finisce con la caduta dell’impero romano d’occidente, ma per Rai Storia la storia antica finisce con L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat dei fratelli Lumière”. Sara Chiaretti, autrice di Rai Storia, spiega con queste parole l’importanza che le immagini hanno assunto nella narrazione storica, che, come ogni altro genere di storytelling, non ha potuto rimanere insensibile all’introduzione dei nuovi media. Oggi, infatti, la programmazione televisiva è dettata anche dal repertorio di video e foto che si possiede, senza questo materiale nella televisione viene meno uno degli elementi costitutivi.

 

L’importanza dell’immagine è stata anche uno dei temi cardine della lezione di Emilio Gentile. Lo storico ha mostrato come dalle fonti iconografiche possano emergere le caratteristiche salienti di un fatto o di un fenomeno. Sullo schermo alle spalle del professor Gentile sono comparse, una dopo l’altra, le cartoline stampate dal regime fascista nel periodo della guerra in Etiopia. Raffiguravano ragazze africane acquistate nei mercati o spedite dagli uffici postali come ricordi dall’Africa. Subito dopo sono apparse le foto delle monete coniate appositamente per celebrare la marcia su Roma, in cui il simbolo del partito fascista imprigionava tra i due fasci la Nazione. Limitandosi ad osservare queste immagini si possono ricostruire alcune delle caratteristiche del fascismo. “Vedere — dice Emilio Gentile — è importante quanto leggere, per immergersi in un’esperienza passata”.

 

 

Le nuove forme di comunicazione hanno influenzato il modo in cui si costruisce la narrazione storica. La professoressa Mariangela Galatea Vaglio, durante il dialogo con Carlo Greppi, ha sostenuto che un autore di storiografia deve essere consapevole del momento storico in cui si colloca e dei mezzi di comunicazione che vengono utilizzati per adattare i suoi contenuti alle nuove forme mediatiche. L’importante è che venga tutelata in ogni caso la qualità del prodotto finale, il processo può prendere molteplici vie a seconda del momento storico e culturale.

 

Nella sessione pomeridiana, dedicata all’approfondimento del linguaggio dei media in ambito storico, sono intervenuti anche Andrea Caciagli, Manuela Ennas, Alessandra Tarquini, Carlo Tosco e Sara Chiaretti, che nel suo racconto del lavoro a Rai Storia ha illustrato l’influenza che i media esercitano su ogni contenuto. A partire dalla loro esperienza hanno espresso un’opinione sulla storia come mezzo per comprendere il presente o come trappola ermeneutica. Un dialogo che si è svolto sulla sottile linea di confine che separa la narrazione dalla storiografia.

 

Eleonora Numico

 


Gli ospiti delle Lectiones Magistrales 2020

  • 9 ottobre, Urbino - Marco Malvaldi (affermato scrittore)
  • 10 ottobre, Monastero di Fonte Avellana - Vito Mancuso (teologo, filosofo e scrittore)
  • 11 ottobre, Monastero di Fonte Avellana - Guido Tonelli (fisico, divulgatore scientifico e scrittore)