8° EDIZIONE FESTIVAL DEL GIORNALISMO CULTURALE

SCIENZA, CULTURA
Passato, presente.
Lentezza, velocità.

Ottobre 2020


2014-04-27 0

Per l’ultima giornata di Festival torniamo a Palazzo del Legato Albani con la lectio di Armando Massarenti. Il filosofo e professore auspica una riforma del Senato che includa vere competenze e saperi scientifici, e che questo possa avvenire anche nel giornalismo nella sua totalità. Conclude ricordando come il punto d’inizio per riprendersi da questo momento di crisi sia la costruzione di un sapere di base nuovo che formi la mentalità critica dei cittadini.
Giuseppe Laterza dialoga sul tema della pedagogia, dell’ascolto e della responsabilità; gli risponde Elena Stancanelli con una riflessione sulla figura dell’intellettuale, il cui compito è produrre bellezza ponendosi in rapporto reale rispetto al presente. L’editore presenta il progetto transnazionale Eutopia mentre la giornalista parla del progetto Piccoli maestri, dando il via a un dibattito sulla figura degli insegnanti moderni.

Si prosegue con l’incontro tra Giorgio Zanchini e Isabella Donfrancesco, che offre un riassunto di queste giornate attraverso le parole più usate: ascolto, responsabilità, Europa, oralità, confronto di differenze e bellezza. Si parla anche del nuovo progetto Rai Educational che unisce l’arte e la storia attraverso la narrazione concreta di capolavori.

Lella Mazzoli, Marino Sinibaldi, Alessandra Tarquini e Alessandro Zaccuri concludono la seconda edizione del Festival con ulteriori dati della ricerca con cui si era aperta la prima giornata. Dai grafici emergono i profili di quattro diversi consumatori di cultura, ridefiniti dall’impatto della rete che permette a tutti di raggiungere ogni informazione e creare comunità di interessi. Molti spunti di dialogo sono offerti dal libro Un millimetro in là. Intervista sulla cultura, tra cui il tema del progresso e il suo implicare un inevitabile cambiamento che, come ricorda Sinibaldi, non è indirizzato verso una sola direzione e con cui saremo costretti a confrontarci.

Davide Battisti e Veronica Coppo
(Scuola Holden)

 



2014-04-27 0

La seconda giornata del Festival si apre nel Palazzo del Legato Albani con la lectio di Marco Belpoliti, che descrive la situazione attuale del giornalismo in rapporto alla conoscenza attraverso due immagini: il pulviscolo, inteso come campo totale in cui va a iscriversi il testo dell’articolo che si espande, e la cornice, come forma per isolare una porzione del reale per conoscerlo e conservarlo.
Segue un dialogo tra Christian Raimo, che per primo ci parla di alfabetizzazione – tema che verrà ripreso per tutta la giornata – e Luca Mastrantonio, che ricorda come il giornalismo culturale non sia un trampolino di lancio, una gara di erudizione o un palcoscenico da cui scagliare invettive.
Conclude questa prima sessione una tavola rotonda a cui partecipano Giovanni Boccia Artieri, Raffaella De Santis, Anna Longo e Luigi Mascheroni, moderata da Piero Dorfles. Tra i temi principali emerge la figura del giornalista culturale come mediatore, filtro non solo di prodotti da selezionare, ma anche di luoghi e temi. Boccia Artieri propone le nuove cinque “C” del giornalismo – contesto, conversazione, curation, community e customizzazione – mentre Mascheroni chiude con un decalogo “del buon senso” che difende il lettore e preserva la varietà e autonomia degli articoli.

Si riprende nel pomeriggio al Teatro Sanzio con l’intervento di Italo Moscati che in un viaggio tra La dolce vita di Fellini e La grande bellezza di Sorrentino descrive un Paese immobile, incapace di andare oltre alle commemorazioni storiche formali, in cui la cultura è vista come una zona riposante, dove tutto si ripete in maniera automatica e meccanica.
Continuano Mariarosa Mancuso e Michele De Mieri con un dialogo sulla funzione delle recensioni troppo spesso distanti dal mondo del lettore, ossessionate dalla visione della lettura come luogo di formazione piuttosto che di divertimento.
Un’altra tavola moderata da Massimiliano Panarari ha coinvolto Alberto Saibene, Alessio Torino e Wu Ming 2; dal confronto tra scrittori e giornalisti emerge la possibilità della critica nei confronti della narrativa di avere un valore educativo anche per l’autore e non solo per il lettore. Chiude il panel Torino che ricorda come il territorio – in particolare la provincia – possa essere un’arma a doppio taglio per il sostegno della scrittura e della cultura in generale: da una parte diventa creatore della voce originale dell’autore, dall’altra rischia di ostacolare il processo di pubblicazione.

Di territori e cultura si tratta anche nell’ora seguente con Lucio Battistotti, Raffaele Brancati, Pietro Marcolini e Eric Jozsef; il tema è l’Europa, e in questo campo la cultura assume la funzione di collante tra gli Stati membri e partecipa al processo di creazione di un’identità comune.
Chiude la seconda sessione un dialogo “tra cronaca, comunicazione orale e improvvisazione” evocate da David Riondino e Pietro Del Soldà. Spaziano tra Socrate, Boccaccio, il Sud America, Pino Paoli e gli alpini parlando della tradizione orale e di come questa sia tramandata nelle varie culture, allietando la serata con canzoni accompagnate da chitarra.

Dopo un ricco buffet nella Sala del Maniscalco sottostante il teatro, assistiamo alla premiazione di Gloria Cottini e Kiara Sejfullai, vincitrici del concorso Internet per la cultura. Quanto ti serve la rete per conoscere il mondo, e di Giorgio Ruta, vincitore del concorso Con la cultura si mangia?. Conclude la seconda giornata del Festival il concerto lirico di Anna Maria Chiuri, a cura dell’Ente concerti Pesaro.

Davide Battisti e Veronica Coppo
(Scuola Holden)



2014-04-26 0

La seconda edizione del Festival del giornalismo culturale si apre nel Salone del Trono di Palazzo Ducale con gli interventi dei direttori Giorgio Zanchini e Lella Mazzoli. Dal primo arriva un augurio nella speranza che in un momento di crisi economica e antropologica come quello che ha accompagnato l’ultimo ventennio, l’informazione culturale possa trovare le risposte per invertire la rotta. Dalla seconda un’attenta indagine sui metodi di ricerca e consumo di informazioni da parte degli italiani, che mostra come anche in ambito culturale la rete rappresenti un punto di riferimento per tutte le età.

Simone Zanchini anticipa l’intervento del Rettore Stefano Pivato con una performance musicale che fa tesoro del suo repertorio di studi classici spaziando da Bach a Piazzolla.

Il Rettore Stefano Pivato nota come la scelta del 25 aprile per la data d’inizio del Festival non sia casuale, e quanto ancora oggi si continui a parlare di cultura in termini di Resistenza; conclude ricordando i rischi che derivano dall’incontro del paradigma della brevità con il campo dell’istruzione, motore di sviluppo nel passato del nostro Paese.

Curiosità, passione, chiarezza e generosità sono le virtù di un buon giornalista secondo Beppe Severgnini, che inaugura la seconda edizione del Festival dribblando il termine lectio magistralis; da evitare sono anche, in questo mestiere, noia, oscurità, arroganza e vanità. Ѐ compito del giornalista essere di ispirazione e incoraggiamento – due delle venti parole chiave del suo ultimo libro – e offrire strumenti di navigazione in un momento storico così difficile.

Chiude la prima giornata del Festival una degustazione nelle Grandi Cucine di Palazzo Ducale con lo chef Stefano Ciotti e il Gastronauta Davide Paolini che ricordano l’importanza della cultura del prodotto, relegata ormai al secondo posto a favore della semplice ricetta.

Davide Battisti e Veronica Coppo
(Scuola Holden)



2014-04-25 0

Che obiettivi ci eravamo posti lo scorso anno e quali quest’anno?

L’altr’anno, quello di fotografare il fenomeno, misurarne la salute, capire le direzioni che stava prendendo – tenendo assieme varie forme culturali e facendo convivere momenti di riflessione anche tecnica con lectio di figure popolari e acute, e musica, e cultura enogastronomica, e concorsi per studenti e giovani giornalisti. Un piccolo bilancio dell’edizione dello scorso anno è su questo stesso sito.

Quest’anno abbiamo pensato di fare un passo avanti e sintonizzarci il più possibile con il Paese, con la società italiana, di qui il titolo L’informazione per la cultura. Forse è semplicistico l’interrogativo: che cosa può fare l’informazione culturale per il Paese? Perché è sempre un po’ corrivo, un po’ angusto attribuire compiti precisi o materiali alla cultura e quindi anche all’informazione che si occupa di cultura.

E tuttavia ci sembra innegabile che in questi ultimi anni sia diventata centrale la riflessione sul declino italiano e più urgente, più continua la domanda sul come uscirne, come invertire la rotta.

La riflessione sul declino ci ha portato a trovare risposte soprattutto economiche ma non solo economiche, perché più volte si è detto che la crisi italiana è una crisi più generale, più profonda, una crisi culturale, qualcuno ha parlato di crisi antropologica.

Il punto è che è cresciuta la consapevolezza del ruolo e delle responsabilità della cultura, anche perché siamo sempre più consci del nesso strettissimo che c’è tra la cultura, l’istruzione, e il tasso di innovazione, in ultima analisi il benessere – quale che sia il significato di questa parola… – di un Paese.

E allora se la cultura è elemento decisivo, il veicolo della cultura lo è altrettanto, il ruolo di chi fa da tramite, da selettore, da mediatore, da portatore d’acqua tra la fonte, tra chi produce cultura, tra i prodotti culturali e il pubblico più o meno largo, e dunque chi parla di cultura, chi fa giornalismo culturale sulla panoplia di media che abbiamo oggi a disposizione ha una grande responsabilità.

Un ruolo, una responsabilità che ci consegnano vari interrogativi, che sono la trama, lo scheletro delle sessioni dell’edizione di quest’anno.

Eccoli, ma altri ne verranno proposti durante lo svolgimento del Festival:

– Di che cosa dovrebbe occuparsi il giornalismo culturale?
– Gli intellettuali e il pubblico, la qualità e i mass media. Dialoghi difficili? E perché?
– Se la cultura è motore di sviluppo c’è un compito specifico per l’informazione culturale?



2014-04-22 0

Aperture, sguardi diversi, esperienze: Corrado Augias e Piero Dorfles

Il Festival 2013 – il primo di una serie che ci auguriamo lunga – si è aperto con due voci che coniugano due note rare in Italia: popolarità e profondità.
Sono due giornalisti che hanno sperimentato tutti i media e sugli stessi hanno riflettuto e scritto. Corrado Augias con la lectio d’apertura nel palazzo ducale, venerdì 3 maggio, (“Si può raccontare il mondo?”), e Piero Dorfles con la lectio che ha avviato la giornata di lavori del sabato (“Un j’accuse al giornalismo culturale italiano”).
Augias ha battuto su un tasto: quando analizzo la cultura sui media devo fare riferimento alla cultura in senso tecnico, e quindi libri, mostre, concerti, etc., quella che i sociologi della cultura definirebbero un’accezione alta, tradizionale, ristretta del campo culturale. E quindi – ancora Augias – raramente l’informazione culturale è suggerita dall’attualità più stretta.
Cosa deve fare chi organizza le pagine culturali? Deve cercare di segnalare, stimolare il più possibile, senza spirito settario. Augias ha di Internet una visione preoccupata: è molto veloce ma poco potente, non aiuta – come altri mezzi – profondità, riflessione, impatto sulla società. Molto amaro il giudizio sulla televisione: un deserto.
Lungo e articolato il j’accuse di Piero Dorfles, anch’esso percorso da una vena severa.
L’informazione culturale è in grave crisi, addirittura a rischio estinzione. Il giornalismo cartaceo è in reale difficoltà, e il giornalismo culturale è parte di questa crisi. Negli ultimi vent’anni alcuni segnali rendono patente la profondità della crisi.
I giornali più piccoli, ma anche la tv e la radio hanno perso gli sguardi culturali, ed è specialmente il sistema radiotelevisivo generalista ad essersi impoverito.
Nelle news c’è sempre meno informazione culturale, che spesso sopravvive solo grazie alle morti dei celebri o alle notizie sui premi.
E’ come se il sistema dell’informazione di massa non avesse adempiuto alle promesse che si erano affacciate a partire dal secondo dopoguerra, promesse di apertura, di democratizzazione, di distribuzione della conoscenza. Non è riuscito a sfuggire alla generale debolezza del Paese, al declino dello stesso.
La crisi economica non ha certo aiutato, gli investimenti si sono ristretti, e il risultato è un paesaggio debole, un’offerta povera, con i critici spinti ai margini e una riduzione dei collaboratori esterni, che vengono ritenuti solo un costo. Una crisi che ha acuito un difetto molto italiano, quello di parlare dei libri degli amici, dei libri pubblicati dallo stesso gruppo editoriale che stampa il giornale o la rivista.
Cosa resta? Il dibattito, spesso vano e vacuo, la polemica, gli pseudo-scoop. L’autoreferenzialità, il parlarsi tra membri dello stesso circolo, il lessico cifrato. E la personalizzazione, il divismo, anche nel mondo della cultura.
C’è un modo migliore di fare informazione culturale? Forse quello degli inserti, che sono buoni. Ci vogliono serietà e severità. Bisogna far capire che nel mondo della cultura esistono gerarchie, che esiste autorevolezza, e che i recensori possono e devono essere liberi e ascoltabili.
E la Rete? Dorfles sospende il giudizio, le potenzialità sono enormi, i sospetti altrettanto.

Ma tra Augias e Dorfles c’è stato un incontro-lezione davvero magistrale. Nelle cucine di palazzo Ducale Davide Paolini e Marcello Leoni hanno discusso di cibo e cultura materiale. E’ stato uno dei momenti più allegri e partecipati, che il Festival vorrebbe si trasformasse in un segno distintivo, nella convinzione che la cd. cultura materiale è sapere, conoscenza, da trasmettere, da raccontare, possibilmente con la maestria, le capacità affabulatorie di Paolini. Lo chef Leoni ha anche preparato dei piatti spiegandone la storia e il rapporto col territorio. Non volava una mosca, non è avanzata una briciola.

Una fotografia dell’informazione culturale italiana: Donfrancesco, Lagioia, Panarari, Laterza, Roma, Russo.

Sottotitolo: com’era, com’è, come e perché è cambiata, dove si racconta oggi la cultura. La Terza e il Web.
L’universo mondo, in sostanza. Mattinata ambiziosa, dunque, che seguiva il j’accuse di Dorfles. E ne ha ripreso alcuni spunti.
A moderare Massimiliano Panarari, che ha esordito ricordando un punto talvolta sottovalutato ma in realtà centrale: il giornalismo culturale, il modo in cui è fatto, è un attore importante del processo di pedagogia civile, di costruzione della sfera pubblica. Di qui la domanda: la polemica, le polemiche sovente presenti sulle pagine culturali sono negative o in realtà parte, contributo alla battaglia delle idee, che è invece un fenomeno lodevole?
Giuseppe Laterza non si è sottratto, e si è detto convinto che le discussioni culturali, anche aspre, anche pretestuose, siano importanti per insegnare la pedagogia del confronto, dal crogiolo delle posizioni diverse si esce arricchiti. Laterza è poi tornato sul tema della critica, delle recensioni, lamentandone la scarsità, la leggerezza, la frettolosità.
Giuseppe Roma ha introdotto riflessioni basate sui dati Censis. Qualche esempio: non ci sono sostanzialmente più lettori di giornali cartacei che non sappiamo nulla di cultura. Un quarto degli italiani riceve informazioni sulla cultura solo dalla televisione, il 20% da quotidiani e televisione, il resto da Internet, che si ibrida con gli altri media.
Oggi dobbiamo tenere presente che siamo quasi tutti parte di uno spazio ipermediale, in cui volenti o nolenti incrociamo cultura, informazioni culturali, occorre trasformare questo incontro in uno strumento di crescita del Paese, insegnare a leggere il sistema e la fruttuosità degli incroci. Isabella Donfrancesco ha parlato del lavoro di RaiEducational, di ciò che RaiEdu fa per la letteratura in particolare e per la cultura più in generale, e ha spiegato l’importanza del saper mettersi in secondo piano, dello svolgere un ruolo da facilitatori.
Massimo Russo, fresco direttore di Wired, ha subito spiazzato la platea del Legato Albani con questa frase: oggi l’espressione più alta della cultura è la scrittura del codice. E ha poi aggiunto considerazioni molto stimolanti. Del tipo: occorre prendere atto che è cambiato il verso della comunicazione, da un modello di illuminazione dall’alto del basso a un modello a Rete, che si è ormai imposto. L’intelligenza sta nei nodi, nei margini, e vengono eliminati tutti gli intermediari che non aggiungono valore.
Nicola Lagioia ha concentrato il suo intervento sulle pagine dei quotidiani e degli inserti culturali. Molti i punti meritevoli di essere ricordati: oggi, con i ritmi e la varietà di strumenti della comunicazione, è quasi impossibile imporre un tema all’attenzione dei lettori, e qualsiasi tema invecchia nello spazio di un mattino; basta con la corsa a chi arriva primo – pensiamo a quel che accade all’uscita dei libri, la fretta di parlarne anche se non lo si è letto -, nel giornalismo culturale non dovrebbe essere un valore; le redazioni (e parlava della sua esperienza con l’inserto Orwell) dovrebbero aprirsi una volta al mese a chi fa cultura, agli artisti, ai fotografi, ai restauratori, a tutti; un problema vero è quello della proprietà dei giornali e dell’influenza degli investitori pubblicitari, è più facile criticare il Papa che Dolce & Gabbana.

La vivace stagione degli inserti culturali: Lagioia, Raimo, Mastrantonio, Massarenti, Danese.

Tavola rotonda moderata dallo stesso Lagioia, che ha invitato a tenere presenti alcuni dati: gli inserti son tanti ma in realtà faticano, sono poco conosciuti, gli edicolanti talvolta si scordano di darli; contano qualcosa nella società italiana? Probabilmente no, e tuttavia parlano a quei lettori forti che non possiamo mortificare, e quindi sì alle discussioni sui temi seri, i saperi veri, e no ai dibattiti falsi, costruiti.
Pirotecnico l’intervento di Christian Raimo, con slides cartacee più efficaci di quelle che abitualmente proiettiamo sugli schermi. Ecco i nodi, ecco le slides: 1) attenzione ai rischi di ufficiostampizzazione; 2) di autoreferenzialità; 3) di narrativizzazione (la fissazione dello storytelling, del fare racconto, alla Baricco, che non è critica); 4) di anticipazionismo; 5) sui giornali non deve prevalere l’impressionismo, mettiamo al servizio del lettore quello che abbiamo studiato, quello che abbiamo imparato, abbiamo anche un compito educativo, pensiamo al lavoro di Alex Ross sul New Yorker; 6) no a una conservazione classista dei saperi, bisogna schierarsi politicamente; 7) capacità di autocritica; 8) equità nei compensi, l’ordine dei giornalisti dovrebbe vigilare sui siti di informazione.
Armando Massarenti e Roberto Danese hanno ripreso alcuni di questi punti attraverso esempi concreti, parlando della “Domenica” del Sole e di “Alias” del Manifesto, ricordando quanto è importante trovare delle bussole nell’era della dispersione dei saperi, quanto è importante non abdicare ad una funzione alta, che è quella di seguire tutto ciò che si muove nel mondo della cultura e tradurlo nel modo più chiaro e serio possibile, per decine di migliaia di lettori. Ai quali devi dare molto perché pretendono molto, quindi no alle semplificazioni, alla corrività, all’abbassamento dell’offerta, all’assecondare i desideri del mercato. Luca Mastrantonio ha parlato in particolare del Corriere della Sera e de La Lettura, è tornato sul tema dei poteri, delle proprietà e della libertà, della difficoltà di discutere di temi culturali senza perdere soldi e ha ripreso la sollecitazione dell’inizio della mattinata sulla fruttuosità o distruttività dei dibattiti italiani, con una posizione che è sembrata pendere per la prima, figlia della tradizione liberale.

Che succede al di là delle Alpi? Marshall, Notarbartolo, Magi, Hernandez Velasco.

La parola iniziale ad Alberto Notarbartolo, moderatore con sguardo a 360° grazie alla sua esperienza ad Internazionale. Sguardo che gli fa dire che il nostro Paese, il nostro giornalismo non emerge bene dal confronto con le pagine culturali straniere. Più varie, più ricche, più aperte.
E siccome l’erba del vicino sembra sempre più verde tutti gli interventi successivi hanno pensato bene di smentire quest’assunto e dire che le pagine italiane non sono affatto male, e comunque meglio dei Paesi di provenienza dei parlanti. Come Irene Hernandez Velasco e Lucia Magi, spagnole, che scrivono sul Mundo e sul Pais. In Spagna, ha detto la prima, siamo molto più vittime di quella che Vargas Llosa in un saggio recente ha definito la civiltà dello spettacolo, dell’equivoco democrazia/abbassamento dell’offerta, col lettore che va divertito e non istruito. E’ vero, ha confermato Lucia Magi, ma non scordiamo che il giornalismo culturale è comunque giornalismo, e che se si vola troppo alti c’è il rischio di perdere lettori.
Lee Marshall ha disegnato un intervento molto comparativo, spiegandoci quanto cifra distintiva del giornalismo anglosassone sia la recensione, e come la contaminazione tra generi, tra alto e basso – e ha fatto i nomi di Raymond Williams e di Roland Barthes – sia molto più forte che in Europa. Ricordate che culture nel mondo inglese comprende lo spettacolo. A proposito delle recensioni si è interrogato sul futuro dei critici, ha raccontato del grande successo dei siti aggregatori di recensioni (specie cinematografiche) ma ha fatto presente che più o meno 45 pezzi su 60 sono recensioni del cartaceo, quindi il debito degli aggregatori nei confronti dei recensori classici è grande. Anche Marshall si è detto preoccupato per la cultura delle stelline e dei pallini, per il rischio di un rapporto troppo stretto tra industria cinematografica e critici, per la difficoltà della tenuta economica di chi faccia un giornale o una rivista o un sito specialistico in un mondo in cui tanta offerta è gratuita. Interessanti le considerazioni sull’arts reporting, ovvero sulla presenza di cultura (politica culturale, mercato della cultura, polemiche culturali) in parti del giornale che non sono quelle tradizionalmente dedicate alla cultura, un’arma a doppio taglio, così l’ha definita.

Perché le nostre pagine culturali parlano di attualità? Sinibaldi, Zaccuri, Bartoletti, Salis.

Alessandro Zaccuri, colui che ha coniato la condivisibile espressione “sguardo culturale sull’attualità”, a proposito del giornalismo culturale italiano: se parlare di cultura serve solo per parlare di cultura allora è inutile. La cultura deve parlare alla e della società. Lasciare ad esempio l’economia solo all’economia e agli economisti diventa un problema per la società. Stefano Salis, forte della sua esperienza al Sole24Ore, ha messo sull’avviso: non è tanto il cosa che conta, le cose di cui tu parli, ma il come, come ne parli. Per un giudizio critico ci vuole tempo e ragionamento, non possiamo essere vittime dell’attualità, della tirannia dell’attualità e della tirannia dell’attesa del pubblico. Ed è inutile fingere che il giornalismo non sia asimmetrico, che professionista e lettore siano sullo stesso piano, il giornale è un modo di ordinare le notizie del mondo, l’asimmetria è intrinseca. Roberta Bartoletti ha ripreso alcuni passaggi di Marshall, e introdotto il punto di vista della sociologa, dicendosi sorpresa del fatto che il giornalismo culturale italiano stia ancora a interrogarsi su gerarchie e classificazioni, sotto altri cieli sono state smantellate da tempo. Ha chiuso Marino Sinibaldi, che ci ha invitato a riflettere sul tema della difficoltà della mediazione e della selezione di fronte all’aumento quasi esponenziale di fonti e possibilità. Aggiungendo che oggi il nemico è il medio, la medietà rassicurante, come scriveva negli anni ’60 McDonald, e che compito della cultura e dell’informazione culturale di qualità è introdurre lo scarto di linguaggio e di pensiero.
E Marino Sinibaldi ha anche consegnato tutti i temi della giornata, per una riflessione conclusiva, a Concita De Gregorio, che veniva da un incontro con Laura Boldrini all’indomani dell’aggressione via web subita dalla presidente della Camera. E’ stato un modo per riprendere uno dei filoni più fertili tra i nodi affrontati dal Festival, ovvero le caratteristiche del discorso pubblico in Italia, come spesso degradi per via dell’incapacità reciproca di ascolto.

Giorgio Zanchini



2014-04-21 0

Aspettando il Festival – Urbino, 11 aprile 2014, libreria Il Portico

Tardo pomeriggio urbinate a discutere con un critico e un filologo di cosa significhi fare critica nell’era della connessione, della condivisione e della dispersione. In un contesto attento e silenzioso, una libreria indipendente, libraie appassionate e partecipi. E la voce profonda di Massimo Raffaeli, la sua eloquenza classica, elegante, precisa (Enzo Siciliano disse una volta: è come riascoltare Togliatti), ad aprire l’incontro.
Qui ve ne diamo un riassunto, dei densissimi interventi di Raffaeli e Danese, lucido, preoccupato viatico per il Festival del giornalismo culturale, ormai alle porte.

Scrive sui giornali da 35 anni, Massimo Raffaeli, da quando ne aveva 22, e in questo arco è cambiato tutto, gli strumenti sono completamente diversi, basti dire che per scrivere 7.500 battute un paio di decenni fa impiegava una giornata intera, e oggi mezza.
Ma la grande, vera trasformazione riguarda l’industria culturale e più in generale il mondo occidentale. Perché l’industria culturale è oggi, in modo dispiegato, una seconda natura.
Una seconda natura che non può che essere strumento della prima natura, che è il mondo del pensiero unico – conio di Ignatio Ramonet, l’unico suo titolo non tradotto, chissà perché -, dell’orizzonte neoliberista, un luogo senza vere vie d’uscita, senza alterità realisticamente perseguibili.

E quindi cosa è accaduto in questi anni alla critica, ai critici? Anzitutto che si sono moltiplicati, perché la Macchina ha bisogno di propagatori, la Macchina vuole ripetizione, non dimostrazione.
E poi che si confonde la loro funzione. Oggi è sempre più debole la domanda di senso critico, spirito critico, quello che chiediamo sono competenze e principio di prestazione.
E allora come si fa nel mondo delle merci a produrre una merce che tuttavia non è solo una merce?

Su questa trasformazione si è innestata la rivoluzione della Rete.
Che – per Raffaeli – significa varie cose: moltiplicazione di sedi e occasioni, amplificazione dello spazio possibile, velocità.
Ed è quest’ultima, con la sua seduttività, a nascondere il rischio più grande. Quello di un ribaltamento in simplicio – pensiamo al sistema di giudizi tramite pollice su o giù o al sistema delle stelline – e in un invito alla virtù più antintellettuale che esista: l’immediatezza.
Critica viene dal greco krinein, dal latino cernere. Significa distinguere, valutare, giudicare.
Sono verbi ben lontani dall’immediatezza.

Come si giudica oggi un buon critico?
In base a cosa, a quali criteri, lo valuti?
Il punto è che ogni mandato sociale è finito con gli anni ’60, la nozione di impegno che ci ha accompagnato dal j’accuse agli anni ’60 non può più aiutarci, perché non c’è più alcun referente certo. Non esiste un campo a cui fare riferimento senza la necessità di introdurre poi distinzioni che annientano quello stesso campo.
E oltretutto che cosa ci dicono i critici – la stragrande maggioranza – oggi? Che questo è l’unico mondo concepibile, forse il migliore dei mondi possibili, dal quale è inconcepibile separarsi.

Che può fare dunque chi considera questa situazione senza via d’uscita come un incubo?
Forse quel che suggerisce Zanzotto nella poesia Al mondo.
Mondo, sii, e buono;
esisti buonamente.
E poi il finale:
Su, bello, su
Su, barone di Münchausen.
Ovvero? Ovvero il paradosso di chi per salvarsi afferra i propri capelli e si solleva da sé. Che significa che anche senza riferimenti, referenti, basi, ideologie, alterità, dobbiamo tirarci fuori da noi, fare leva su noi stessi, sulla nostra responsabilità, agire – e dunque fare critica – come se… dando noi stessi le coordinate per la nostra azione. Che deve essere onesta, partecipabile, condivisibile. La critica deve essere onesta, partecipabile, condivisibile.

E quindi come operare di fronte alla grande Rete?
Sfruttandone le possibilità, sempre però con un atteggiamento sospettoso, rifuggire dalle immediatezze, dalle recensioni e dai giudizi buttati lì veloci, dal dare fiato alla bocca, dai massaggi corticali che la rete esercita su di noi, le seduzioni che è capace di mettere in campo.

Pintor e l’essenzialità
Raffaeli ha chiuso raccontando una vicenda che ha avuto come protagonista Luigi Pintor. Era l’epoca dei giovani arrembanti al Manifesto. Gianni Riotta va da Pintor e gli dice: Luigi, ha chiamato X (una delle firme forti del quotidiano) per lamentare il taglio del suo articolo. Pintor non risponde. Riotta se ne va. Torna dopo un po’ e dice: ha ritelefonato X, è irritatissimo perché gli abbiamo tagliato la frase essenziale del suo pezzo. Pintor: poteva scrivere solo quella.

Roberto Danese: cos’è rimasto della critica oggi?
Danese ha ripreso vari passaggi dell’intervento di Raffaeli, insistendo sulla questione velocità – smussa la durata – ma giustapponendovi la questione di disposizione dei contenuti. Le forme del medium condizionano produzione e ricezione.
L’effetto più evidente è l’istantaneità, il giudizio critico entra immediatamente in contatto con altri. Quando pubblichi scatta subito l’interattività e ogni intervento ha code potenzialmente lunghissime.
C’è una ricerca sulla prosa dei giornalisti sportivi americani. Quando hanno cominciato ad usare il computer portatile è cambiata la sintassi. Il loro periodare si è fatto più breve e paratattico.
In ultima analisi non c’è contraddizione tra dimensione elettronica e dimensione cartacea, c’è complementarità, il punto è che il cartaceo ne uscirà diverso.

 Giorgio Zanchini



2014-04-18 0

Annunciamo che la giuria ha decretato i vincitori dei due concorsi per giovani giornalisti e per le scuole superiori, Con la cultura si mangia? e Internet per la cultura. Quanto ti serve la rete per conoscere il mondo?

Sezione Giovani Giornalisti
Tema: Con la cultura si mangia?
Giorgio Ruta  (Master in giornalismo “G. Bocca” di Torino)
con l’articolo “Nuovo cinema speranza”. Da Nord a Sud i giovani riaprono le sale. Pubblicato su www.futura.unito.it il 20 marzo 2014

Sezione Scuole superiori
Tema: Internet per la cultura. Quanto ti serve la rete per conoscere il mondo?
Gloria Cottini e Kiara Sejfullai (Liceo scientifico e delle scienze umane “Laurana-Baldi” di Urbino) con l’articolo Intrappolati in rete come pesci.

Menzione speciale al Corso di giornalismo Teoria e tecnica della comunicazione 2 del Liceo scientifico e musicale “G. Marconi” di Pesaro.

I vincitori verranno premiati sabato 26 aprile alle ore 21 al Teatro Sanzio.
Per l’assegnazione del premio è vincolante la presenza dei vincitori.
Invitiamo il preside o un docente della scuola ad accompagnare le giovani vincitrici alla premiazione.


È online il programma provvisorio del Festival