27 ottobre 2018

Chania

Dal cinema alla musica, la rivoluzione digitale che ha democratizzato la narrazione giornalistica

Nel 1941 la pellicola in bianco e nero di Quarto Potere mostrò una scena di quattro minuti in cui, per la prima volta nella storia del cinema, non c’erano stacchi. La macchina da presa seguiva senza interruzioni i personaggi, rispettando il tempo del mondo reale. Orson Welles aveva introdotto il piano sequenza, un tecnica che viene usata ancora oggi, ma che grazie ai nuovi strumenti tecnologici ora è possibile realizzare artificialmente in fase di montaggio.

Questo è solo uno degli esempi utilizzati da Cristina Battocletti, giornalista della Domenica del Sole 24 Ore, per mostrare che il cinema, e chi scrive delle settima arte, si trasforma continuamente in relazione allo sviluppo degli strumenti tecnici e di comunicazione.

I nuovi media hanno modificato profondamente il modo di parlare di film, di recensirli e raccontarli. A discuterne sul palco del Teatro Rossini di Pesaro sono stati Pedro Armocida, Emiliano Morreale, Marco Ferrazzoli, Paola Mammini, Marco Melluso, Roberto Pisoni. La principale conseguenza è stata quella di una progressiva democratizzazione tra chi scrive recensioni: adesso tutti hanno gli strumenti per condividere e giudicare i film che vedono e si è andata via via appiattendo la differenza tra chi lo fa in modo amatoriale e chi per professione.

La proliferazione delle informazione a cui il web ha dato vita ha azzerato l’élite dei mediatori, come spiega Alessandro Baricco nel suo nuovo libro The game che in questi giorni di Festival è stato citato più volte.

 

Questa democratizzazione forzata imposta dalla rivoluzione digitale ha influito anche sulla musica, tema a cui è stato dedicato uno specifico momento di confronto. Sul palco erano presenti Ludovico Bramanti, Quirino Principe, Simone Lenzi, Alessio Bertallot e Albert, un giovane rapper che, alla fine della dibattito, si è esibito con tre brani scritti da lui.

Si produce più musica, non sempre di alta qualità, fino ad una saturazione del mercato, tutti posso accedere a basso prezzo agli strumenti di registrazione e produzione e i grandi contenitori digitali mettono a disposizione un catalogo immenso di canzoni.

Tutto questo, ha sostenuto il professor Quirino Principe, ha portato alla perdita dell’aura della musica, del motivo profondo per il quale noi ascoltiamo un brano, e cioè per sentire che il nostro essere viene accolto da quella determinata sequenza di note.

Eleonora Numico

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