14 ottobre 2017

Arte e musei: quale futuro?

Il secondo giorno di Festival si apre sul palco dello splendido Teatro Rossini di Pesaro, un gioiello nel centro della città che sta per compiere 200 anni e che, durante tutta la giornata, ha fatto da sfondo agli interventi degli ospiti.

Il tema del primo intervento è quello della narrazione, a parlarne è Roberto Pisoni, direttore di Sky Arte HD. «Quando abbiamo proposto la nostra idea di canale, le ricerche di marketing ci davano per spacciati, sembrava che un canale con tema l’Arte non avrebbe avuto mercato» racconta Pisoni, «ma la sensazione che ci fosse un vuoto televisivo su questo genere di argomento era forte» continua. E in effetti, all’epoca del lancio di Sky Arte HD, non erano molte le trasmissioni che si occupavano interamente di cultura. Ne esistevano alcune dedicate ai libri, ma solo a tarda notte, e Rai 5 – che poteva essere l’unico reale competitor – aveva eliminato l’arte dalla programmazione. Persino guardando all’estero non c’erano modelli significativi.

Lella Mazzoli discute con Roberto Pisoni Photo: Marco Bonadonna

 

Così, il primo novembre 2012, con l’anteprima del documentario Michelangelo, Il cuore e la pietra, il canale di Roberto Pisoni dà inizio alle trasmissioni.

«La forza del nostro canale sta nelle sue produzioni originali, abbiamo cominciato creando contenuti da zero che potessero dargli un’identità specifica» riferisce il direttore. Pisoni spiega poi come abbiano insistito anche nella ricerca di un linguaggio e un metodo comunicativo originale, attenti a non prediligere un pubblico specifico ma tentando di attirarne diversi.

Lavoro costante sul linguaggio, sulle produzioni originali, sulla comunicazione e anche sul dialogo con altre realtà, europee ed extraeuropee. Proprio per questi sforzi la sede centrale di Sky in Inghilterra ha infatti deciso di assegnare all’Italia la possibilità di gestire un’unità produttiva indipendente con il compito di occuparsi dei contenuti di tre canali europei, oltre a quello italiano anche quello inglese e tedesco. «Non senza difficoltà» ricorda il direttore «lavoriamo su un costante confronto per offrire prodotti di alta qualità che possano essere fruiti da pubblici con tradizioni culturali davvero differenti».

L’ultimo punto su cui si sofferma è l’attenzione al territorio. Sky Arte HD, fin dall’inizio, si è mostrata sensibile all’importanza del patrimonio culturale e artistico italiano, tanto che «abbiamo capito da subito cosa non volevamo: girare in studio. Le riprese dovevano essere fatte tutte sul campo, in location naturali dove si sarebbe potuto raccontare e ambientare le varie interviste o escursioni». Un’attenzione al territorio che si è mostrata evidente a Palermo, durante le riprese di un documentario su Caravaggio: la produzione di Sky Arte HD ha donato all’oratorio S. Lorenzo una copia “d’autore” di un quadro rubato di cui il museo poteva mostrare solo una copia a stampa, grazie a questa donazione le visite hanno registrato un incremento del 30%.

Il racconto giornalistico dell’arte e il ruolo dei social media

 

Il secondo intervento della giornata, ovvero il racconto giornalistico dell’arte nei media, è un dialogo-intervista al professore e critico d’arte Antonio Pinelli che porta al Festival la sua pluridecennale esperienza di scrittura giornalistica su quotidiano.

Giorgio Zanchini, direttore del Festival, comincia interrogando il professore sul significato della scrittura giornalistica sui quotidiani e come si sia evoluto il suo modo di scrivere negli anni. «ovviamente qualcosa è cambiato, ma io ho sempre cercato di scrivere sui giornali in modo tale da rendere interessante, curioso e chiaro quanto scrivevo ad un pubblico molto ampio e che, al tempo stesso, potesse servire anche per le mie stesse pubblicazioni scientifiche. Più è chiara la scrittura e più riesce a dare il senso di una narrazione vincente, più sarà riuscita come tale. Le due cose si debbono avvicinare, la divulgazione e la ricerca, molto più di quanto non lo si sia fatto in passato o non lo si faccia ora». Il professore continua spiegando di aver da sempre fatto parte di quell’ala di intellettuali che accettava la sfida con l’industria culturale e l’evoluzione tecnologica, pur considerandone i rischi: «negli ultimi decenni del secolo stava cominciando l’epoca della mostrite, un piovere di mostre che avrebbe portato la nascita di una moltitudine di pubblico con un atteggiamento da pellegrinaggio. Le grandi mostre avevano le sembianze di santuari della cultura. In un clima di perdita di riferimenti ideologici, l’arte aveva aumentato la sua aurea diventando una specie di religione: si andava a vedere queste mostre quasi non guardandole e questo aspetto mitico doveva essere inoculato proprio attraverso noi intellettuali con il vaccino dello spirito critico. Un cambiamento avvenuto nel tempo in modo tumultuoso con evoluzioni tecnologiche di cui ancora mi compiaccio aver vissuto, ho cominciato con la macchina da scrivere usando quantità di carta allucinanti, poi il fax, il modem, le mail, un cambiamento meraviglioso ma, come ho detto, anche nelle evoluzioni esistono i lati negativi».

I protagonisti dell’incontro “La comunicazione dei musei e il ruolo dei social media” Photo: Marco Bonadonna

 

Antonio Pinelli, dialogando con Zanchini, spiega il ruolo del critico d’arte al tempo delle inserzioni a pagamento e si concentra poi su quanto, nel lavoro del critico d’arte e giornalista, sia importante una profonda consapevolezza storica che deriva soltanto dalla conoscenza e dallo studio della storia dell’arte: «per fare divulgazione di arte bisognerebbe essere buoni storici dell’arte e se non lo si è bisognerebbe accompagnarsi ad un storico dell’arte, questo è fondamentale». E conclude poi il ricchissimo intervento con un consiglio ai giovani: «in un articolo di sessanta righe bisognerebbe sempre lasciare nel lettore desiderio e curiosità, è fondamentale, dando una suggestione di quello che il visitatore potrà acquistare dentro di sé andando a vedere quella specifica mostra».

 

L’ultimo intervento della mattina ha come tema la comunicazione nei musei e il ruolo dei social media e a parlarne sono: Prisca Cupellini (responsabile digital della Fondazione MAXXI di Roma) Roberto Esposito (fondatore e CEO della piattaforma di crowdfunding DeRev) e Marianna Marcucci (co-fondatrice di Invasioni Digitali). Gli ospiti sono guidati da Alfredo Valeri, responsabile delle attività di ricerca del Centro Studi dell’associazione Civita. I punti principali ruotano tutti intorno all’importanza di una comunicazione digitale aggiornata e personalizzata e a quanto siano fondamentali oggi le nuove figure professionali di esperti di comunicazione social. L’intervento è accompagnato dai dati di #socialmuseum su una ricerca che prende a campione varie realtà museali italiane, europee e statunitensi e indaga il loro rapporto con la comunicazione social.

 

 

Il pomeriggio del Festival riparte con David Riondino. Il poliedrico artista (è cantautore, scrittore, regista ed attore) porta sul palcoscenico del Teatro Rossini una performance davvero particolare. Riondino recita una serie di componimenti in ottave (rime alternate con rima baciata finale) che vanno a raccontare, con satira ed ironia, l’addio di Totti al calcio giocato, l’elezione di Virginia Raggi e la visita a Cuba di Obama.

David Riondino, photo: Luca Bonadonna

 

Media e cultura: le comunicazione tra passato e futuro

Dopo queste performance ritorna quello che è il cuore del Festival del Giornalismo Culturale: il dibattito, articolato in due momenti.

Nel primo pomeriggio il dialogo si incentra sul rapporto tra media e cultura. Sul palco, oltre ai due direttori del Festival (Lella Mazzoli e Giorgio Zanchini) ci sono lo scrittore e giornalista Paolo Di Paolo (“Una storia quasi solo d’amore” è la sua ultima opera edita Feltrinelli) e Francesco D’Ayala, giornalista responsabile del Giornale Radio Rai.

Il tema, complesso, è quello della comunicazione dei libri e, più in generale della cultura, in Italia. Come sottolinea Paolo Di Paolo, l’inesplorato mondo di internet e dei nuovi media ha privato la comunicazione culturale delle proprie bussole. Ormai si brancola nel buio e i tentativi di portare i libri al pubblico hanno conseguenze imprevedibili. Anche le stelle fisse che guidavano la comunicazione degli anni passati sembrano offuscate e prossime al tramonto: se anni fa una recensione sulle pagine del Corriere della Sera o de La Repubblica erano garanzia del raggiungimento del pubblico, oggi non è più così.

Innanzitutto perché, come già detto durante la prima giornata del festival, ci si affida più agli amici di Facebook che ai professionisti della cultura. Inoltre, allo scalpore suscitato dai quotidiani non corrisponde più l’impennata delle vendite. Il caso dell’ultimo libro di Walter Siti – “Bruciare tutto”, un’opera controversa che racconta la storia di un prete pedofilo – ne è la prova. Il libro è stato l’oggetto del dibattito di numerosi critici su diversi quotidiani a tiratura nazionale eppure non ha incontrato il favore del pubblico e delle vendite.

Per Paolo Di Paolo occorre rinnovare gli schemi di comunicazione, oramai vetusti, e pensati per contenitori passati. Francesco D’Ayala, invece, sposta lo sguardo sul soggetto, ovvero sugli stessi professionisti della cultura: «Siamo invecchiati. Non sappiamo più come funziona la società attuale, cosa va».

Mentre D’Ayala pronuncia queste parole, Lella Mazzoli lo guarda e annuisce. C’è tanto da rinnovare.

A mettere in pausa i dibattiti pomeridiani arriva il momento della premiazione. Come ogni anno il Festival del Giornalismo Culturale individua (con una giuria selezionata) il miglior articolo scritto da un giornalista under 35 e ne premia l’autore con una somma e la targa in memoria di Paolo Angeletti, grande amico del Festival, purtroppo scomparso. A ricevere il prestigioso premio è Marco Mazzetti con il suo racconto, pubblicato da Il Fatto Quotidiano, dei rapper delle “seconde generazioni”, i figli degli immigrati in Italia.

Media e cultura: trascendere lo sguardo nell’era dei social

Il secondo dibattito del pomeriggio vede Jacopo Tondelli (fondatore ed ex-direttore de Linkiesta, e adesso direttore de Gli Stati Generali) moderare un dialogo tra ospiti molto diversi. Ci sono lo psicologo cognitivo Paolo Legrenzi, il presidente del Museo Omero Aldo Grassini, il direttore artistico del Museo Tolomeo ed architetto Fabio Fornasari e lo storico dell’arte Costantino d’Orazio.

La rotta da inseguire, per il dibattito, è quella della divulgazione dell’arte: qual è il modo migliore per raccontare un’opera d’arte?

Grazie ai profili così eterogenei si crea un dialogo stimolante dove è il concetto stesso di stimolo a tenere banco. Le attività del Museo Omero e del Museo Tolomeo parlano di una esperienza artistica resa fruibile anche per i non vedenti, grazie all’utilizzo degli altri sensi. L’arte, sino a qualche tempo fa, era ad esclusivo appannaggio dei vedenti. Adesso diventa un momento di inclusione: anche i non vedenti fanno esperienza dell’estetica della bellezza. Attraverso un percorso di visita basato sul tatto possono godere finalmente a pieno delle opere d’arte. E non bisogna pensare ad un’attività solo per non vedenti, anzi, proprio chi è abituato ad utilizzare la vista può imparare ad espandere la propria capacità sensoriale.

Paolo Legrenzi, psicologo cognitivo spiega come, nonostante il nostro potenziale percettivo vada ben oltre lo sguardo, l’abitudine ci porti a scartare tanti stimoli. Ed è solo rievocando gli stimoli in ombra che possiamo raccontare l’arte con una modalità efficace come quella ricercata da Costantino d’Orazio. I percorsi progettati dal Museo Omero e dal Museo Tolomeo permettono ai non vedenti di toccare la bellezza e ai vedenti di gettarsi in un oceano di nuove percezioni.

Gli stimoli e le percezioni che percorrono i nostri sensi, tuttavia, sono fondamentali anche nell’era dei social. Basti pensare al bombardamento visivo al quale siamo continuamente esposti: un percorso di esplorazione sensoriale potrebbe renderci meno vulnerabili alle strategie dei nuovi media. Strategie pensate e studiate per colpire la nostra attenzione, spesso ammaliata dall’impatto visivo delle immagini, dei video e non solo. Capitolo a parte, merita la forma d’espressione che potremmo definire quasi tipica dei social: i meme. Si tratta di una dissacrazione del reale, e vengono spesso associati alle opere d’arte, sottolinea Costantino d’Orazio. Un esempio formidabile è quello della pagina Facebook “Se i quadri potessero parlare” dove immagini di opere d’arte vengono associate a scritte satiriche e irriverenti che “dissacrano” l’opera e catturano la nostra attenzione.

Alla fine del dibattito il Festival lascia il Teatro Rossini, per spostarsi alla Biblioteca San Giovanni. Qui ci sono una riproduzione della Scuola di Atene di Raffaello Sanzio e tre classi degli istituti superiori di Urbino e Pesaro. Sotto lo sguardo attento del professor Piero Dorfles si dà il via ad una sfida a colpi di cultura. Dopo più di dieci difficilissime domande sul celebre affresco di Raffaello viene decretato il vincitore: la classe del Liceo Raffaello di Urbino.

Un’altra giornata finisce e il Festival del Giornalismo Culturale prepara le valigie. Il 14 e 15 ottobre si trasferisce, per la prima volta nella sua storia, a Fano, per una due giorni ricca di cultura e approfondimenti.

 

Marta Perroni, Luca Magrone

Articolo postato da:
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