11 settembre 2017

Chania

Wu Ming: l’intervista

#GliamicidelFestival una rubrica per raccontare le personalità del Festival, i Direttori, gli Ospiti e i tantissimi amici che ci supportano e che faranno parte della 5a edizione.

Narratori, scrittori e musicisti. Chi sono i Wu Ming? 

Siamo cantastorie, determinati a raccontare con ogni mezzo necessario. Abbiamo iniziato a metà degli anni Novanta, con un altro nome, ma obiettivi molto simili a quelli che ancora perseguiamo. Siamo convinti che qualunque comunità abbia bisogno di storie e intendiamo il nostro lavoro come un piccolo contributo alla sopravvivenza di un’umanità ribelle, egualitaria e ospitale.

Che cosa vi ha spinto a creare un collettivo di scrittori e come riuscite a conciliare le diverse personalità in un unicum, dalla trama allo stile?

Siamo convinti che non ci sia nulla di strano nello scrivere storie a più mani, così com’è del tutto naturale comporre musica e suonarla insieme in una band. Il talento è individuale, ma la creazione è un processo collettivo, anche quando l’autore crede di essere solo. Lavorare in gruppo non è un esercizio di rinuncia, per il singolo, ma di potenziamento. L’importante è non concepire la scrittura come la ricerca di un accordo “minimo” tra le parti, ma piuttosto come una sfida collettiva, dove l’intesa si raggiunge con proposte sempre nuove.

Come collettivo siete sempre stati affascinati dalle contaminazioni (con la musica, la grafica ecc.) pur attribuendo alla scrittura un ruolo centrale. Su che cosa si fonda questa ricerca e quale valore simbolico acquista per voi?

L’obiettivo di una storia è quello di infettare cervelli, riprodursi, diffondersi il più possibile. Più mezzi le si dà per incontrare le persone e più la sia aiuta a proliferare. Un pesce può spostarsi solo nell’acqua, ma un ibrido tra pesce, uccello, lucertola e talpa può affrontare terreni diversi – a patto di essere un ibrido vitale e non un semplice fantoccio di pezzi di carne. Le nostre storie si ibridano e contaminano per lo stesso motivo.

Patrimonio culturale. Una storia, 1000 per raccontarla è il tema della prossima edizione del Festival. Che cosa si può fare, secondo voi, per raccontare il settore culturale a nuovi, e in alcuni casi più giovani, pubblici?

L’utilizzo di più linguaggi e canali, come da risposta precedente, è senz’altro una strada. Poi credo che bisognerebbe avere meno ansia di valorizzare il patrimonio, come se fosse una vacca da latte da mungere il più possibile, per dimostrare che la cultura muove l’economia. Se in una città d’arte c’è un fazzoletto di terreno senza un progetto, pensiamo subito a trovare un investitore, qualcuno che abbia un’idea e ci metta dei soldi. Invece, per coinvolgere davvero i giovani, bisognerebbe dire ogni tanto: ecco, di questo palazzo non sappiamo che farcene, ve lo lasciamo in uso, vediamo cosa ne viene fuori. Ci fidiamo di voi.

Ci consigliate un libro? 

Per stare in tema, direi L’Atlante dei Classici Padani,  a cura di Emanuele Galesi e Filippo Minelli.

Articolo postato da:
fgc,
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