26 maggio 2015

[Cronache dal Fgc2015: lo stato dell’informazione culturale] di Giorgio Zanchini

E’ passato qualche giorno dalla chiusura della terza edizione del Festival del giornalismo culturale di Urbino. Forse il tempo necessario per riordinare le idee e capire cosa si è depositato, cosa è destinato a generare frutti, quali sono i nodi e i problemi che ci accompagneranno negli anni a venire.

Come ogni anno il festival partiva da una serie di domande: Dov’è oggi la cultura? Dove viene trasmessa, come viene trasmessa, chi la trasmette, chi è capace di comunicarla e promuoverla? che hanno in parte trovato risposta, ma come ogni anno il festival, le discussioni, le diverse sessioni, ci hanno portato anche in direzioni inaspettate. Si sono incrociati registri diversi, sguardi diversi, voci diverse e spesso le intuizioni migliori sono state generate dall’incontro tra il pubblico e i partecipanti.

Ci si chiederà se le domande poste all’inizio non siano retoriche, o più retoriche delle scorse edizioni. Qualcuno ricorderà gli interrogativi, o meglio le piattaforme, delle prime edizioni: qual è lo stato dell’arte dell’ informazione culturale italiana e nel confronto con le altre tradizioni geografiche? E lo scorso anno: quale il contributo che l’informazione culturale può dare all’uscita del paese dalla crisi? Perché dico retoriche a proposito delle domande di questa edizione? Perché oggi è improbabile che la risposta o le risposte non siano univoche: la Rete, il web.

In realtà la risposta, va da sé, andrebbe articolata, e occorre riconoscere che la trasformazione era ben chiara anche nelle discussioni degli anni passati, e tuttavia adesso il fenomeno ha assunto dimensioni macroscopiche. Non a caso le diverse sessioni del festival – volte a radiografare quello che sta accadendo nei vari media – si sono spesso risolte in analisi sugli effetti di Internet sul singolo medium. E tra gli effetti c’è indubbiamente una crescente crossmedialità, tanto che diversi ospiti hanno suggerito di abbandonare le divisioni per media e concentrarsi sui percorsi della notizia, degli approfondimenti. Che sono oggi, appunto, crossmediali.

Il terreno è stato arato – come sempre, come ogni anno – dai numeri, dalla ricerca. Grazie alle analisi dell’Osservatorio news-italia, del dipartimento di scienze della comunicazione dell’università di Urbino, il Festival si è aperto con i più aggiornati dati sulla dieta mediatica degli italiani e con una ricerca più specifica sulla cultura (quest’anno il focus è stato sull’informazione e la serialità). Come si informano gli italiani? Che cosa ci ha raccontato la direttrice del Festival Lella Mazzoli nel sintetizzare i dati?  Ha messo a confronto il 2011 e il 2015 e ci ha mostrato come la televisione resti il primo medium di informazione, come la carta stampata sia in radicale crisi, come Internet sia passato da quinto a secondo medium, e soprattutto come i giovani siano sempre più digitali e usino ormai social media e dispositivi mobili quali strumenti principali di connessione e informazione.

Dati che in fondo non ci hanno stupito e che hanno come si diceva quasi imposto la direzione delle diverse discussioni. A cominciare dalle riflessioni contenute nella lectio introduttiva di Piero Dorfles. Dorfles si in sostanza chiesto se la Rete – con le sue promesse di apertura, la sua straordinaria e benefica panoplia – possa riuscire a sanare la frattura, la separazione storica tra le due accezioni che specialmente in Italia sono state date al concetto di cultura, quello tra una cultura come sapere critico, una cultura complessa e seria, e una cultura intesa solo come intrattenimento, svago, distrazione, dumbing down, per usare un’espressione molto popolare nella letteratura anglosassone. La Rete ha potenzialmente la ricchezza, la forza, la pervasività per portarci a quella fusione tra saperi, quella convergenza tra campi e sguardi, che è in fondo una delle grandi ambizioni della tradizione illuministica. La Rete può in altre parole riprodurre nel campo culturale quello che è accaduto più in generale ai vecchi media nell’incontro con la rete, far convergere le culture, per parafrasare una felice intuizione di Jenkins.  Dorfles ci ha detto che no, che nel giornalismo culturale non c’è stata convergenza – di qui il titolo della sua lectio: cultura divergente.

Per Dorfles il giornalismo culturale continua ad essere un giornalismo di barriere e separazioni. La Rete ha sì messo in discussione la centralità della mediazione classica, la funzione dei giornalisti mediatori, e sono nati siti e blog di grande vitalità e interesse, ma restano spazi marginali, che non coinvolgono il pubblico più amplio, il lettore medio. La carta stampata resiste come luogo del sapere alto, complesso, ma resta un luogo elitario e si sta persino attenuando il feedback dei lettori. Radio e televisioni generaliste spingono nell’altra direzione, volgarizzazione, abbassamento, mercificazione. E quindi le divaricazioni si ampliano. Perché è successo questo? Di chi è la colpa? Dorfles risponde: della collettività. Che non punta davvero alla diffusione del sapere, che non cerca davvero la crescita. E degli intellettuali, che restano incapaci di parlare attraverso i media. E anche dei giornalisti, inadeguati, salvo eccezioni, a svolgere una vera funzione di cerniera.

Se è vero quanto provavo a dire all’inizio, ossia che la rivoluzione digitale e la centralità dell’ecosistema internet impongono il gioco e se il quadro della dieta mediale degli italiani è quello raccontato dalle ricerche dell’Osservatorio news-italia, era scontato che la sessione sulla carta stampata avesse come suo cuore la crisi e la trasformazione. Che è stata anzitutto descritta nell’introduzione di Giulia Cecchelin, e poi analizzata da giornalisti, studiosi, pubblico.

Massimiliano Panarari ha per così dire alzato il tiro, ha cercato di andare alla genesi dei processi che stiamo vivendo. E quindi alle trasformazioni negli stili di vita, nei comportamenti delle persone, nel modo in cui si informano e si relazionano. Partendo da una considerazione un po’ epocale ma condivisibile: la crisi attuale, la crisi della stampa tradizionale, della lettura in generale, nasce dalla crisi della dimensione pubblica nelle società occidentali. E’ un epoca, la nostra, che può essere definita di individualismo acquisitivo, e la crisi di readership in realtà è una crisi di opinione pubblica. Ciò che la rivoluzione digitale ci ha dato – la disintermediazione, l’orizzontalizzazione, la velocità di acquisizione, la soggettivizzazione della ricerca, la possibilità di trovare un palcoscenico – non ha fatto che rafforzare processi di individualizzazione che l’occidente conosce da decenni, invitando le persone a una sorta di autocomunicazione di massa. In un contesto del genere uno spazio pubblico condiviso, e i processi lenti di acquisizione dei saperi, non possono avere vita facile. L’Italia poi ci aggiunge dei fattori endogeni. Che rimandano alla nostra fragilità culturale, all’indebolimento dello status di chi lavora nel campo culturale, alla distrazione delle sue classi dirigenti.

Che fare? Quello che stanno cercando di mettere in atto alcuni quotidiani e alcune riviste. Puntare sul personal branding, sulle firme brand, su eventi che ricostruiscano identità di status, tribù di lettori. Una reintermediazione di ritorno, perché senza una dimensione pubblica di conversazione, dialogo, la stampa come l’abbiamo conosciuta nel XX secolo è destinata alla marginalità sociale. Ultimo punto importante: forse per non seppellire la stampa e un’opinione pubblica critica e consapevole, avremmo bisogno di un intervento pubblico, di una spinta gentile.

Come dicevo tutta la sessione è stata percorsa dalla consapevolezza della metamorfosi, e in una metamorfosi c’è chi prospera, chi guarda perplesso l’orizzonte, chi annaspa, chi muore.

Federico Sarica, ad esempio, direttore di RivistaStudio, ha detto di non porsi proprio più il problema della distinzione tra carta e web, “bisogna andare dove i lettori si trovano adesso”, e nel suo caso significa stare dappertutto, con un trimestrale cartaceo – che è quello che permette di vivere grazie agli inserzionisti -, una versione ipad bimestrale e un sito aggiornato quotidianamente. Un’integrazione compiuta tra carta e digitale (concetto ripreso da Leonardo Romei dell’Isia di Urbino: bisogna rompere la separazione grafica tra parole e immagini, far emergere le connessioni). Un’integrazione che in realtà in Italia si dà poco,  parte della crisi nasce da giornali fatti male, incapaci di abbattere le frontiere interne, di creare connessioni, percorsi (Paolo Di Paolo). Il problema industriale – sempre Sarica– ce l’hanno i quotidiani, non una rivista come la sua.

“Il problema i quotidiani ce l’hanno e come”, ha subito assentito Emanuele Bevilacqua, e la storia di Pagina 99 ne è la conferma (ma rinascerà, ha giurato). In realtà il modello economico italiano era in crisi da anni, è stato salvato dai prodotti collaterali, il punto è che abbiamo capito tardi e male ciò che stava accadendo. Oggi negli Stati Uniti i primi siti per numero di visitatori sono siti di media, e tutti gli investimenti dei grandi gruppi anglosassoni sono sul digitale. La crisi ha rallentato il processo, introdotto dubbi, ma adesso sembrano aver trovato un modello sostenibile. Il nodo è che bisogna far pagare i contenuti, cosa che da noi in Italia ancora non passa. Americani e inglesi hanno aumentato i prezzi dei cartacei e introdotto paywalls, hanno perso e irritato lettori ma adesso comincia a vedersi un futuro.

Ma ci sono state anche le posizioni di chi – Simonetta Fiori, Armando Massarenti, Luigi Mascheroni,  Annalena Benini -, in forme assertive o dubbiose, ha difeso il lavoro culturale tradizionale, quello che ci ha accompagnato nel ‘900. Massarenti: per me non è cambiato nulla, sono convinto che in un’ecologia dei media ci sia uno spazio per un inserto cartaceo dove fare qualcosa di prezioso, solido, che abbia lunga durata. Non credo sia utile trasferire quel contenuto sul web. Fiori (sedicente brontosaura): io non posso dare nulla a pollicino (chi usa principalmente il pollice), ma credo che ci sia ancora bisogno di gerarchizzazione e selezione, di un’idea di come funziona l’informazione quotidiana, la messa in ordine delle notizie. In questi anni il giornalismo culturale è cresciuto moltissimo, proprio in termini materiali, e abbiamo bisogno di strumenti per leggere, abbiamo bisogno di storia. A Repubblica stiamo lavorando per l’accorpamento delle redazioni, e io credo che seppure diversi, criteri e classificazioni possano convivere. Annalena Benini: bisogna puntare sulla qualità, sulla cura della scrittura, sullo stile, e cercare storie, cercare le storie del mondo, e raccontarle. Luca Mastrantonio: anch’io sono convinto che occorra aumentare la qualità, non necessariamente la lentezza è oggi un disvalore, sono figlio della carta ma non voglio essere orfano del web, e queste qualità si possono portare sulla rete.

Luigi Mascheroni: il giornalismo di carta è morente, ma il paradosso è che morirà stando benissimo. La qualità, la ricchezza italiana è molto alta, non vedete quanto sono piene di roba le pagine culturali italiane? Si sparirà e si rinascerà sul web, anche se in Italia ancora non c’è integrazione.

Se dunque il terreno, persino al di là delle intenzioni iniziali, è stato dettato dal nuovo paesaggio mediale, era in qualche modo inevitabile che la sessione dedicata al web fosse animata, viva, seguita. E si finisse per riflettere in particolare su un’affermazione: anche quando si parla di giornalismo culturale è impossibile non parlare di piattaforme.

Basterebbe riportare la prima frase di Mario Tedeschini Lalli (“l’universo digitale informa tutta la nostra vita”) e seguire poi il percorso del suo intervento – per il giornalismo culturale valgono le trasformazioni del campo giornalistico generale, cambiano i concetti di superficie e profondità, cambiano i percorsi cognitivi, è molto più facile oggi parlare e far parlare, diventa quindi decisivo conoscere l’architettura dell’informazione ed essere connettori di significati, questo deve fare un giornalista. Dobbiamo essere capaci di portare all’interno delle redazioni una cultura ingegneristica, e ammettere che nelle redazioni culturali la cultura digitale è entrata poco e male.

Da questi passaggi iniziali sono seguite considerazioni che toccano alcuni dei nodi del nostro vivere, connetterci, fare giornalismo. La paura di finire per  lavorare per Facebook, portare acqua al mulino di Facebook, consapevolmente o meno (Christian Raimo), la necessità di essere consapevoli delle sfide in atto, la necessità di parlare e discutere degli algoritmi, in primis di Facebook (Luca De Biase), di essere consapevoli che gli algoritmi sono raramente neutrali, specie quelli di players come Amazon (Fabio Giglietto, e contra Martin Angioni). Altro nodo: i social media quanto influenzano il corso dei media mainstream? La partecipazione attraverso i primi ha effetti sui secondi? Dipende dai media. Marginalmente in televisione, i tweets in fondo sono poco tenuti in conto dalla tv, mentre si rivelano una piattaforma utile per costruire legami, rafforzare la comunità dei lettori (Cristiana Raffa, su Pagina99).

Tutto ciò succedeva a Urbino, nel teatro Sanzio. Il giorno dopo, il 25 aprile, ci siamo spostati a Fano per parlare di radio e tv.  Sulla radio si sono intrecciate  – in maniera, mi permetto di dire, particolarmente felice – le voci di teorici e pratici. Già la fotografia introduttiva di Lucia Gabani ha insistito su quanto la Rete abbia rimodellato la radio e il fare radio, in un modo che va salutato come complessivamente positivo, specie per le opportunità che si sono aperte per il cosiddetto specifico culturale. Ma quando parliamo di radio bisogna avere lo sguardo lungo, ed è quello che ha portato Enrico Menduni.

Che ha detto Menduni? Che la radio, per via di alcune caratteristiche strutturali del medium stesso, ovvero la leggerezza, l’essere personale, l’interattività, la democraticità, ha in fondo anticipato Internet, ha fatto da battistrada, e quindi l’incontro tra i due non poteva che essere fruttuoso. I dati sull’ascolto, sulla radio digitale, sui nuovi modi e luoghi in cui è possibile ascoltare la radio, ne sono la conferma.

Il paesaggio non è però solo idilliaco. Soffrono i servizi pubblici. Perché il modello pubblico, come ha detto Andrea Borgnino, anche alla luce della sua esperienza e dei suoi rapporti con l’Ebu, è in crisi un po’ dappertutto, si vedono crepe, si prospettano tagli e si risponde con scioperi, in crisi un po’ ovunque tranne in Gran Bretagna con la Bbc, per ragioni che non è possibile ripercorrere in questa sede. E tuttavia – è stato il ragionamento di Lorenzo Pavolini,  di Daria Corrias – chi se non il servizio pubblico radiofonico può produrre cultura, e in particolare la cultura che il mercato non avrebbe nessun interesse a produrre?  La produzione culturale. Che è cosa diversa dall’informazione culturale. Va ricordato – è in effetti bene ribadirlo – che la radio non è solo informazione e approfondimento, è anche produzione culturale (pensiamo ai radiodrammi, alle serate teatrali, ai concerti, alle letture di romanzi), e la produzione culturale costa, ed è difficile, almeno in Italia, almeno oggi, ipotizzare una produzione culturale radiofonica al di fuori della sfera pubblica.  Uno stimolo, questo, che non poteva che amplificare la posizione di chi insiste sulla radio come medium portatore di una cultura specifica. Che significa questa affermazione? Che in radio, così come in televisione conta il palinsesto complessivo, la qualità delle trasmissioni, al di là dello specifico culturale, qualunque cosa quest’espressione significhi, e tra le qualità specifiche della radio c’è la capacità di produrre sapere vivo, per riprendere la felice espressione usata da Pietro del Soldà.

La televisione, infine. E qui il dato più interessante è che – forse per la sopravvivente centralità del medium, per una crisi meno percepibile, per la (miope?) sprezzatura con la quale viene guardata la Rete – la discussione è ruotata principalmente attorno al medium stesso e alla sua capacità o meno di fare cultura, e molto meno attorno alle trasformazioni provocate dalla Rete stessa. Forse solo Bruno Somalvico ha preso di petto la questione, dando il dato di visione attuale – 80% lineare, 20% non lineare – e aggiungendo che tra dieci anni l’inversione sarà totale. Per il resto si è ricamato su due questioni che sempre accompagnano il tema televisione e cultura: tv e libro sono due ambiti reciprocamente altri, è utile incaponirsi? E poi: occorre insistere (lo ha fatto Stefania Antonioni) sulla cultura della televisione, e non sulla cultura in televisione, mai scordare la specificità televisiva, che è quella di una narrazione per immagini, anche quando si cerca di parlare di libri, di arte, di musica.

Insomma, dal Festival è emersa molto forte la conferma che si è nel cuore di una crisi profonda, ma che la parola crisi va intesa nella sua accezione più antica, come scelta, occasione di cambiamento, trasformazione, evoluzione anche positiva.

Chi ha partecipato alle giornate di Urbino e Fano ha portato a casa un bagaglio corposo di dati, informazioni, stimoli, aperture verso un futuro che sarà molto diverso dal nostro presente, e che si comincia a intuire. Per questo crediamo necessario raccontare questa crisi, analizzare e fornire strumenti per leggere quello che sta accadendo all’informazione culturale e alla cultura nel suo complesso, e per questo riteniamo importante, e anche utile, costruire occasioni di riflessione collettiva come il Festival del giornalismo culturale.

Significa in buona sostanza, edizione dopo edizione, pedinare, leggere, anticipare i cambiamenti. All’anno prossimo!

Articolo postato da:
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